09 apr
Ho scritto un articolo su come far coesistere una chiavetta internet mobile e una rete intranet. Mi sono divertito. Non lo copio qui che mi sembra brutto.
Ecco il post:
http://www.spettinato.com/hacks/far-coesistere-chiavetta-internet-e-connessioni-di-rete

far coesistere chiavetta internet e reti intranet
17 nov
Ci sono dei fine settimana che condensano sentimenti negativi. Fine settimana in cui lo senti nell’aria che gira male. Gira male e basta, non lo sai il perchè, o se lo sai non lo vuoi dire o in ogni caso fai finta di non saperlo, e comunque sia sei triste cazzo e non è importante il perchè, ma il fatto in sè che tu lo sia. In quei fine settimana non resta altro da fare che ubriacarsi e cantare Venditti, perchè Venditti è triste.
05 nov
Il difetto peggiore di un articolo lungo è quello di essere lungo.
02 nov

Mentre la mia ricerca della diversificazione diventa un tormentone, un’amica mi racconta di essere stata vittima di un plagio da parte di un tizio conosciuto in un’associazione Yoga Ayurveda, che ne ha lavato il cervello e le ha incasinato a bestia la vita. Sono rimasto colpito da questa storia. Cercando ho trovato che migliaia di persone hanno avuto situazioni simili, e tutto basato su una sorta di dipendenza mentale da un singolo o da un gruppo. Al di là dello stupore sul fatto che qualcuno che conosco e che stimo possa incorrere in problemi del genere, googlando un po’ ho scoperto che non esiste una normativa che preveda il plagio come reato. Il perchè è riconducibile alla presenza di sette un po’ più potenti e “riconosciute”, come la Chiesa Cattolica o qualunque religione.
Una lettura interessante è del 2005. Un documento del Centro Studi Abusi Psicologici, il Ce.S.A.P. in cu si dice:
Introvigne spiega che non esistono nozioni condivise nella comunità accademica sul concetto di
“setta” e di “manipolazione mentale”. Inoltre ribadisce che <Stati e giudici laici non possono evidentemente fare
distinzioni fra i movimenti in base alle loro dottrine, o alla relazione con Chiese o religioni maggioritarie o minoritarie>.
Tuttavia, spiega Introvigne, il disegno di legge contro la “manipolazione mentale” approvato dalla Commissione Giustizia
del Senato italiano il 4 marzo 2004 potrebbe costituire un pericolo anche per associazioni e movimenti cattolici, e ciò
evidentemente preoccupa molto il giornale diretto da Giuliano Ferrara.
Insomma, si riconosce che la chiesa e qualunque religione plagia le menti degli uomini. Tutto ciò mi riporta ad una frase celebre, detta e ridetta, a volte derisa e vista di sbieco. Una frase di Marx: “la religione è l’oppio dei popoli”.
Mi rimando alla lettura impegnativa dello stralcio di Critica alla filosofia hegeliana del diritto pubblico.
“Quante più cose l’uomo trasferisce in Dio, tanto meno egli ne ritiene in se stesso “
27 ott
Sono una persona complicata. Quando qualcuno, o un qualcosa fatto da un qualcuno, mi fa incazzare, è finita. Non c’è proprio più niente da fare. Se mi incazzo, sono incazzato, resterò incazzato, e mi incazzo ancora di più per il fatto di essere incazzato. Se provo rabbia mi incazzo perchè provo rabbia. E da li la rabbia aumenta. Sono un sistema emotivamente instabile destinato all’esplosione. Quando ce l’ho con qualcuno il mio desiderio è di vedere quel qualcuno ridotto a poltiglia. Polverizzato. Deve soffrire. Deve implorarmi, umiliarsi, chiedermi scusa e vergognarsi di esistere. Tutto questo, ovviamente solo perchè così io posso incazzarmi ancora di più per un semplice meccanismo che può essere riassunto come: “Ah, cosa fai, prima mi fai incazzare e poi mi vieni a chiedere scusa?”. Quindi, ovviamente l’incazzatura aumenta.
Non c’è proprio niente da fare. Non riesco mai a capire come riesco a interrompere la reazione nucleare di rabbia che mi fa esplodere in questi casi. Proprio non lo so. Di fatto è così. E se vedo che l’oggetto della mia ira sta riuscendo in qualche modo a farsi perdonare, allora inizio a incazzarmi perchè noto che mi sta passando l’incazzatura, ed è ovvio a questo punto che l’incazzatura non può -non deve- passare. Mai.
Sono una persona terribile, perchè non sono bravo a perdonare. Sono una persona terribile destinata all’autodistruzione perchè incazzarsi così tanto ti porta automaticamente a consumare te stesso per alimentare l’incazzatura. Io non mi incazzo in modo costruttivo. Ormai mi conosco e riesco bene o male a rimanere una persona civile, ma se dessi libero sfogo ai miei momenti di arrabbiatura probabilmente dovrebbero chiamare gli artificieri per spegnermi.
Sono una persona terribile.
21 ott
La sabbia spostata dal vento era l’unico elemento dinamico in uno scenario surreale quanto immobile. Un pò come quei quadretti inutili appesi nei ristoranti cinesi dove la solita cascata zen cerca di attirare a tutti i costi l’attenzione su di se producendo quel fastidioso suono simile a un gargarismo. Il tempo sembrava essersi fermato. Sotto i portici di polverose costruzioni di legno decine di persone stavano trattenendo il fiato in attesa che, finalmente, quei due in strada la facessero finita permettendo loro di tornare alle loro faccende. Erano passati pochi minuti da quando si erano dati appuntamento fuori dal saloon. Quando lei entrò nel locale assestando un calcio alla porta a spinta tutti i presenti avevano capito che per qualcuno di loro non ci sarebbe stata speranza. E quel qualcuno ero io. Invitando la signorina prosperosa dietro al bancone ad affrettarsi con le pulizie del bicchiere finsi di non dare importanza al rumore degli stivali alle mie spalle che si faceva sempre più vicino. Un silenzio improvviso regnava sul saloon. Lasciai la birra appena spillata sul bancone di legno coprendo un incisione. Se avessi avuto il tempo di berla forse avrei potuto vedere quel disegno deformato dal fondo del boccale. Utilizzai il bordo del bancone per dare una spinta allo sgabello sul quale ero seduto in modo da guardare in faccia la causa dell’ormai palpabile tensione che era calata, come una cortina di nebbia, sulle spalle di tutti. Calibrai male le forze. Mi ritrovai davanti a lei, poi di nuovo la birra, nuovamente faccia a faccia col nemico, ancora la birra. Come una roulette russa pronta a decidere se nel mio futuro ci fosse una pinta di birra a temperatura ambiente oppure lo scontro finale con la mia acerrima, nonché non sostenitrice, nemica. lo sgabello finì di girare e mi ritrovai a guardare il mio vicino. Non era un mio amico. Solo un conoscente. Abbozzai un sorriso nervoso per minare la tensione del momento ma i suoi occhi erano fissi su di lei, su quell’essere bellissimo e maledettamente letale. Era terrorizzato. La mano con la quale reggeva il suo terzo whisky tremava vistosamente come se fosse stato morsa da una vedova nera. Quindi due braccia mi afferrarono e fecero girare lo sgabello quei 45° che mancavano per trasformare l’inconsapevolezza in paura. Il suo volto era contratto dall’odio. Gli occhi, ridotti a due fessure, erano tali a quelli di un cavallo di razza dopo sedici monte consecutive. Quel suo sguardo aveva un unico significato: mi voleva… morto. Si voltò senza dire una parola. Sulla porta, in procinto di uscire, si girò ruotando leggermente il busto verso l’interno del locale. Pensai che il cappotto di pelle che indossava le donava. Era un patchwork di scalpi delle vittime del suo periodo Nativo. La luce color arancio di un tramonto che, ormai era chiaro, mai avrei visto completarsi, rendeva ancora più suggestiva la sua sagoma. Nell’agitazione del momento afferrai una matita dal taschino della camicia e iniziai a morderla. Mi diressi verso il guardaroba. Il ragazzo col nome da donna mi stava aspettando e mi restituì giacca e cappello con aria triste e rassegnata. Abbassando lo sguardo mi fece capire che non avrei dovuto pagare per la resa dei miei indumenti. Lo fissai per un momento. Decisi che, se fossi sopravvissuto, lo avrei scelto come amante impegnandomi nel rendere felice il nostro futuro assieme. Pensai a noi due intenti a degustare manicaretti fritti ripieni di riso, ragù e mozzarella e a tirar freccette in una delle stanze di un motel fuori città. Con le mani sporche del gesso del segnapunti ci saremmo dipinti il volto e avremmo giocato agli indiani tutte le notti fino a quando l’artrite ce lo avrebbe permesso. Fino alla vecchiaia. Strappai dalle mani di una graziosa fanciulla straniera con l’orecchio elfico uno specchietto in formato 16:9. Sfruttai la mia immagine riflessa per raddrizzare il colletto della camicia, perfezionare la posizione delle bretelle e per calarmi sugli occhi un cappello che avrebbe peggiorato la mia già pessima visione periferica. Uscito dal saloon sentii l’intera clientela del, mai compianto abbastanza, proprietario amante dei conigli riversarsi fuori per smettere di essere delle marionette impaurite e diventare spettatori muti dell’evento della giornata. Erano felici ma rispettosi della drammaticità dell’evento. In fin dei conti non erano stati scelti e lei sarebbe partita per le Mauritius quella stessa sera per ritornare chissà quando. Negli ultimi sei mesi ne aveva fatti fuori uno al giorno, lasciandomi per ultimo. Dimostrazione di profondo rispetto e testimonianza del legame che, un tempo, ci aveva unito e che ora si era sgretolato come una qualsiasi matita affidata alle mie cure. Il momento era infine giunto. Lei era davanti a me. Immobile. Il suo cappotto era stato affidato ad una bambina dai capelli crespi e dal pizzetto lungo. Forse non era una bambina ma il tempo era tiranno e il costante sostegno dello sguardo di lei non permetteva distrazioni. Inspirò assicurandosi un quantitativo di aria sufficiente per dire ciò che tutti sapevano ma che solo lei aveva il coraggio e la spudoratezza di decantare davanti a tutti. Corsi verso la bambina barbuta. Mi ero convinto che utilizzarla come scudo mi avrebbe assicurato tempo a sufficienza per sellare la cavalla Patate e per lanciarmi in direzione del deserto lasciandomi alle spalle un passato scomodo. Mi sbagliavo. La graziosa bimba calciò la mia caviglia sinistra con estrema precisione, frutto di anni di studio e di allenamenti nella scuola de “sta ceppa de Nanto”. Era finita. Allargai le braccia e le gambe per essere investito completamente all’onda d’urto generata dalla deflagrazione di una verità troppo umiliante per essere rivelata. Esposi il mio corpo in quel modo per soffrire di meno. Per non sopravvivere.
Ella sentenziò:
MERDAAAAA, SEI UNA MERDAAAAA, UN ESAME E MEZZOOOOO, MERDAAAAAA!
In ginocchio e con le lacrime agli occhi vidi il mio carnefice prendere in braccio la bambina “de Nanto” e varcare la soglia della loro casa per la prima volta. Gli applausi scroscianti e convinti di tutti i presenti, il taglio del nastro sulla porta e i barattoli di fagioli vuoti legati alla coda del gatto Furetto lasciavano pochi dubbi: alla fine sul bastoncino era comparsa una linea. Malgrado la vista appannata e il sentir venir meno le forze osservai con stupore il volto del guardarobiere sprofondare nel seno della cameriera sotto gli occhi sgranati del proprietario del saloon. Le lacrime precipitarono dal mio volto terminando la loro caduta nella polvere e lasciando, a testimonianza della loro esistenza, delle piccole macchie nere che presto si sarebbero asciugate. Avevo perso tutto. Barcollando a destra pensai a Berlusconi e con le ultime forze rimaste costrinsi il mio corpo a stramazzare pesantemente, ma decisamente, a sinistra. Ora ero anche io una piccola macchia nera nella polvere. Sarei evaporato anche io, come le mie lacrime.
Oggi nessuno di loro fa parte della mia vita. In compenso mi sono laureato (con CEPU) e vanto una carriera universitaria decennale (fuori corso) oltre ad un contratto a progetto e alla stampa del mio attestato di studio in vera pergamena. Aiutato da Harry Potter ho incantato i due fogli tanto ambiti e ora, ogni volta che mi ci pulisco il culo, tornano come nuovi dopo soli 3 (TRE) minuti. Meglio dei regina. Non finiscono MAI!
21 ott
Io ho capito qualcosa oggi invece. Tutto è partito da un dolore che ho in testa, che potrebbe avere uno tra due motivi:
1) il casco preme su un punto della fronte, che mi si infiamma e mi rimane dolorante, magari è un cazzo di nervo, e mi si estende in quella zona fino all’occhio destro.
2) mi si è abbassata la vista e quindi ecc ecc.
3) ho un tumore in testa, da qualche parte.
Il terzo esito non mi entusiasma (come direbbe zampetti), ma in fondo, il mio corpo non mi appartiene. E cmq che cazzo dovrei farci?
Partendo da questo mi sono chiesto sul cambio di modo di pensare che mi contraddistingue. Non parlo di cosa penso, ma il modo proprio con cui i miei processi mentali avvengono. E ho capito alcune che potrebbero essere le cause del mio pensare attuale. Alcune di queste sono tra l’altro cause di altre. Facendo questo mi sono reso cosciente di alcune cose che mi hanno procurato un cambio di modo di elaborare i miei processi mentali, che mi rende più veloce e performante, esattamente come qualche anno fa. Ho capito che i processi mentali lavorano esattamente come chiunque, entra in gioco l’abitudine a fare una cosa, la ripetizione della stessa, a prescindere dalle conseguenze.
Quindi, il dolore è sempre lì. Ma ho ricordato che se NON è un tumore, sul dolore posso agire relativamente con facilità. Ma ho riacquistato velocità di pensiero, occhi per seguire dettagli che ultimamente magari ho tralasciato, in quantità maggiore o minore, e che anche la mia aggressività e il mio protendere verso il meglio cambia.
Lo confermo. Amo il dolore (se non è un tumore), come causa di ciò che sono.
20 ott
Si inumidisce il naso. Prima ancora di cominciare. Non appena sento che voglio farlo, che nell’aria c’è qualcosa che parla e io parlo per lei, mi si inumidisce il naso. Succede così. Senza una spiegazione. E’ un fenomeno strano, non lo capirò mai. Non che mi sia mai messo a pensarci davvero. E’ così e basta. Le mani diventano calde e qualunque cosa diventa uno strumento. Il tavolo, l’alluminio di certe lampade, una scala, ogni cosa. E mi lascia lì indifferente nell’ombra di lei, a cantare e suonare di ciò che non so, che nasce e poi muore senza imbarazzo, niente rime facili o baciate, non c’è da pensare, ma solo trascrivere, tracantare, trasuonare, trasudare.
Il perchè avvenga non è dato saperlo. Se dipenda da me o no, non ha risposta. L’acqua scivola tiepida sulla pelle, che sia primavera o inverno non fa testo. Non c’è tempo da perdere, solo silenzio pieno, denso, profumato.
E registrare è l’unica via per ricordare. Notti al parco diventati senza parole, nel momento successivo averle pronunciate. E lascio che succeda, lascio fluire ciò che è, mi rendo complice e schiavo del flusso. E’ una magia impossibile da contrastare, a patto di non smettere mai di sognare.
19 ott
Lui ha un sorriso beato. Io lo guardo e penso che vorrei prenderlo a schiaffi. Lui appartiene a quella categoria di persone così felici di essere quello che sono da non dare nessuna importanza a quello che invece sono gli altri. Lui è dietro il suo finestrone di plexiglass, guarda seduto sulla sua fottuta poltrona il Resto del Mondo, mentre mangia i suoi popcorn e pensa “toh, interessante. ma come sono comodo qui nel Mio Mondo. il Mio Mondo mi piace di più”. E poi ogni tanto lui mi parla, mi racconta qualcosa, un qualcosa che io il più delle volte non voglio sentire, e lo fa con il suo sorriso beato.
Io devo interagire con lui, per convenzioni sociali e perchè in fondo prima che mettesse il cervello nel frullatore non era un tipo malvagio. E tutte le volte che ho a che fare con lui, tutte, nessuna esclusa, lui riesce a mettersi nella situazione più comoda per se stesso e più scomoda per me. Io ci provo in tutti i modi, ma evidentemente è destino. E ovviamente, poichè alla fin fine si fa come piace a lui, lui è contento e soddisfatto, e se potesse si riempirebbe di pacche sulle spalle per complimentarsi della riuscitissima organizzazione del qualsivoglia evento svolto.
E se io provo a dire “scusa, ma così a me non va bene” c’è sempre un qualche sguardo seccato, un cenno del capo come a dire che eccomi li, di nuovo a mettere i bastoni tra le ruote. Eccomi pronto a far saltare tutto per un’inezia. Tutta colpa della mia voglia di non adattarmi a quello che va bene a tutti, cioè a lui. Sempre disposto a seminare zizzania con un’opinione diversa, o sempre pieno di pedanti necessità che sconvolgono dei piani che beh, in effetti, erano il miglior compromesso possibile, a detta di tutti, cioé a detta sua.
Probabilmente, anzi, sicuramente il segreto è quel sottile sorriso beota, e lo sguardo un po’ vacuo di chi ti guarda dal piedistallo della sua gloria auto proclamata; ogni volta che vedo quel sorriso venato di comprensione (”beh, dai, prima o poi capirà anche lui – cioè io, dal suo punto di vista- che ho ragione io – cioè lui, dal mio punto di vista”) vorrei prenderlo a schiaffi. Senza spiegazioni, uno schiaffo dopo l’altro. E poi andarmene a godermi i meritati e sacrosanti fattacci miei senza che nessuno mi rompa le palle.
16 ott
L’uomo sedeva sempre su una panchina, proprio sotto casa mia. Aveva sempre vestiti puliti, capelli e barba corti e in generale il suo aspetto era sempre ordinato; o almeno quasi sempre. Lo vedevo ogni volta seduto vicino a una vecchietta dall’aria persa e preoccupata. Chiacchieravano, non ho mai sentito di cosa, e lei sembrava comunque in qualche modo contenta di avere una persona che le tenesse compagnia.
Ogni tanto lui mi chiedeva l’ora quando passavo di lì, e in quel periodo ricordo che passavo spesso. Entravo e uscivo, andavo a suonare, a correre, a fare la spesa, a bere una birra con gli amici. Passavo sotto casa, e quindi davanti a quella panchina, in continuazione. Davanti alla panchina c’era una banca che aveva un ingresso grande, dove si fermavano a dormire dei senza tetto, sia d’estate che d’inverno. Ogni volta che li vedevo mi ricordavo che ero fortunato, e che le mie continue lamentele erano vane e superficiali; e anche se non smettevo comunque di lamentarmi, vedere quelle persone dormire sui cartoni o direttamente sul pavimento della banca mi aiutava a darci un taglio. Una sera passando davanti alla banca, di fronte alla solita panchina, vidi che lui dormiva lì dentro. Non riuscivo a collegare quell’uomo dall’aspetto tutto sommato ordinato alla figura stesa per terra nell’atrio della banca. Passai oltre.
Qualche giorno dopo l’uomo tornò a chiedermi l’ora. In spagnolo. Aveva un accento strano, ma quelle tre parole che mi aveva detto non erano abbastanza per riconoscerlo. Le cose continuarono cosí per qualche settimana. Ci salutavamo con un gesto ogni volta che passavo davanti alla solita panchina. Un giorno mentre tornavo dal supermercato lo trovai in piedi. Mi salutò, mi disse che era italiano, e che sapeva che lo ero anche io perchè glielo aveva detto il portiere del mio condominio. Parlava con quella strana cadenza che assumono gli italiani che passano tanto tempo in spagna, e che io non ho mai amato. Era di Napoli, si chiamava Giovanni credo. Era la prima volta che mi avvicinavo a lui, e fu la prima volta che vidi i suoi tatuaggi, da galeotto o forse da marinaio. Scoloriti sulla pelle scurita dal sole, stilizzati e disegnati con tratto insicuro.
Inizió a fermarmi ogni volta che passavo davanti alla panchina, e mi raccontava qualche storia strana su come aveva perso il lavoro, sui suoi guai, o suoi progetti per riprendersi. Dopo un po’ iniziai a cercare di evitarlo. Mi riusciva difficile parlare con lui, e non volevo dargli troppa confidenza. Un giorno mi salutò e iniziò a raccontarmi una delle sue storie. Doveva tornare in Italia, qualcuno gli avrebbe pagato il biglietto del volo, e mi chiedeva di prestargli qualche soldo per mangiare il giorno dopo in aeroporto. In cambio mi avrebbe dato in pegno una tv portatile o una radio, non ricordo di preciso, come garanzia che mi avrebbe restituito il prestito. Non avevo soldi con me; rifiutai l’oggetto che voleva darmi e andai a un bancomat. Ritirai venti euro e glieli diedi, senza fare molto caso ai ringraziamenti e alle promesse di restituzione.
Lo vidi l’ultima volta sulla panchina qualche giorno dopo, voleva parlarmi ma tirai dritto con una scusa. Da allora non so che fine abbia fatto, mentre la vecchietta a cui teneva compagnia è ancora là. Sola.