17 nov
Ci sono dei fine settimana che condensano sentimenti negativi. Fine settimana in cui lo senti nell’aria che gira male. Gira male e basta, non lo sai il perchè, o se lo sai non lo vuoi dire o in ogni caso fai finta di non saperlo, e comunque sia sei triste cazzo e non è importante il perchè, ma il fatto in sè che tu lo sia. In quei fine settimana non resta altro da fare che ubriacarsi e cantare Venditti, perchè Venditti è triste.
05 nov
Il difetto peggiore di un articolo lungo è quello di essere lungo.
27 ott
Sono una persona complicata. Quando qualcuno, o un qualcosa fatto da un qualcuno, mi fa incazzare, è finita. Non c’è proprio più niente da fare. Se mi incazzo, sono incazzato, resterò incazzato, e mi incazzo ancora di più per il fatto di essere incazzato. Se provo rabbia mi incazzo perchè provo rabbia. E da li la rabbia aumenta. Sono un sistema emotivamente instabile destinato all’esplosione. Quando ce l’ho con qualcuno il mio desiderio è di vedere quel qualcuno ridotto a poltiglia. Polverizzato. Deve soffrire. Deve implorarmi, umiliarsi, chiedermi scusa e vergognarsi di esistere. Tutto questo, ovviamente solo perchè così io posso incazzarmi ancora di più per un semplice meccanismo che può essere riassunto come: “Ah, cosa fai, prima mi fai incazzare e poi mi vieni a chiedere scusa?”. Quindi, ovviamente l’incazzatura aumenta.
Non c’è proprio niente da fare. Non riesco mai a capire come riesco a interrompere la reazione nucleare di rabbia che mi fa esplodere in questi casi. Proprio non lo so. Di fatto è così. E se vedo che l’oggetto della mia ira sta riuscendo in qualche modo a farsi perdonare, allora inizio a incazzarmi perchè noto che mi sta passando l’incazzatura, ed è ovvio a questo punto che l’incazzatura non può -non deve- passare. Mai.
Sono una persona terribile, perchè non sono bravo a perdonare. Sono una persona terribile destinata all’autodistruzione perchè incazzarsi così tanto ti porta automaticamente a consumare te stesso per alimentare l’incazzatura. Io non mi incazzo in modo costruttivo. Ormai mi conosco e riesco bene o male a rimanere una persona civile, ma se dessi libero sfogo ai miei momenti di arrabbiatura probabilmente dovrebbero chiamare gli artificieri per spegnermi.
Sono una persona terribile.
19 ott
Lui ha un sorriso beato. Io lo guardo e penso che vorrei prenderlo a schiaffi. Lui appartiene a quella categoria di persone così felici di essere quello che sono da non dare nessuna importanza a quello che invece sono gli altri. Lui è dietro il suo finestrone di plexiglass, guarda seduto sulla sua fottuta poltrona il Resto del Mondo, mentre mangia i suoi popcorn e pensa “toh, interessante. ma come sono comodo qui nel Mio Mondo. il Mio Mondo mi piace di più”. E poi ogni tanto lui mi parla, mi racconta qualcosa, un qualcosa che io il più delle volte non voglio sentire, e lo fa con il suo sorriso beato.
Io devo interagire con lui, per convenzioni sociali e perchè in fondo prima che mettesse il cervello nel frullatore non era un tipo malvagio. E tutte le volte che ho a che fare con lui, tutte, nessuna esclusa, lui riesce a mettersi nella situazione più comoda per se stesso e più scomoda per me. Io ci provo in tutti i modi, ma evidentemente è destino. E ovviamente, poichè alla fin fine si fa come piace a lui, lui è contento e soddisfatto, e se potesse si riempirebbe di pacche sulle spalle per complimentarsi della riuscitissima organizzazione del qualsivoglia evento svolto.
E se io provo a dire “scusa, ma così a me non va bene” c’è sempre un qualche sguardo seccato, un cenno del capo come a dire che eccomi li, di nuovo a mettere i bastoni tra le ruote. Eccomi pronto a far saltare tutto per un’inezia. Tutta colpa della mia voglia di non adattarmi a quello che va bene a tutti, cioè a lui. Sempre disposto a seminare zizzania con un’opinione diversa, o sempre pieno di pedanti necessità che sconvolgono dei piani che beh, in effetti, erano il miglior compromesso possibile, a detta di tutti, cioé a detta sua.
Probabilmente, anzi, sicuramente il segreto è quel sottile sorriso beota, e lo sguardo un po’ vacuo di chi ti guarda dal piedistallo della sua gloria auto proclamata; ogni volta che vedo quel sorriso venato di comprensione (”beh, dai, prima o poi capirà anche lui – cioè io, dal suo punto di vista- che ho ragione io – cioè lui, dal mio punto di vista”) vorrei prenderlo a schiaffi. Senza spiegazioni, uno schiaffo dopo l’altro. E poi andarmene a godermi i meritati e sacrosanti fattacci miei senza che nessuno mi rompa le palle.
16 ott
L’uomo sedeva sempre su una panchina, proprio sotto casa mia. Aveva sempre vestiti puliti, capelli e barba corti e in generale il suo aspetto era sempre ordinato; o almeno quasi sempre. Lo vedevo ogni volta seduto vicino a una vecchietta dall’aria persa e preoccupata. Chiacchieravano, non ho mai sentito di cosa, e lei sembrava comunque in qualche modo contenta di avere una persona che le tenesse compagnia.
Ogni tanto lui mi chiedeva l’ora quando passavo di lì, e in quel periodo ricordo che passavo spesso. Entravo e uscivo, andavo a suonare, a correre, a fare la spesa, a bere una birra con gli amici. Passavo sotto casa, e quindi davanti a quella panchina, in continuazione. Davanti alla panchina c’era una banca che aveva un ingresso grande, dove si fermavano a dormire dei senza tetto, sia d’estate che d’inverno. Ogni volta che li vedevo mi ricordavo che ero fortunato, e che le mie continue lamentele erano vane e superficiali; e anche se non smettevo comunque di lamentarmi, vedere quelle persone dormire sui cartoni o direttamente sul pavimento della banca mi aiutava a darci un taglio. Una sera passando davanti alla banca, di fronte alla solita panchina, vidi che lui dormiva lì dentro. Non riuscivo a collegare quell’uomo dall’aspetto tutto sommato ordinato alla figura stesa per terra nell’atrio della banca. Passai oltre.
Qualche giorno dopo l’uomo tornò a chiedermi l’ora. In spagnolo. Aveva un accento strano, ma quelle tre parole che mi aveva detto non erano abbastanza per riconoscerlo. Le cose continuarono cosí per qualche settimana. Ci salutavamo con un gesto ogni volta che passavo davanti alla solita panchina. Un giorno mentre tornavo dal supermercato lo trovai in piedi. Mi salutò, mi disse che era italiano, e che sapeva che lo ero anche io perchè glielo aveva detto il portiere del mio condominio. Parlava con quella strana cadenza che assumono gli italiani che passano tanto tempo in spagna, e che io non ho mai amato. Era di Napoli, si chiamava Giovanni credo. Era la prima volta che mi avvicinavo a lui, e fu la prima volta che vidi i suoi tatuaggi, da galeotto o forse da marinaio. Scoloriti sulla pelle scurita dal sole, stilizzati e disegnati con tratto insicuro.
Inizió a fermarmi ogni volta che passavo davanti alla panchina, e mi raccontava qualche storia strana su come aveva perso il lavoro, sui suoi guai, o suoi progetti per riprendersi. Dopo un po’ iniziai a cercare di evitarlo. Mi riusciva difficile parlare con lui, e non volevo dargli troppa confidenza. Un giorno mi salutò e iniziò a raccontarmi una delle sue storie. Doveva tornare in Italia, qualcuno gli avrebbe pagato il biglietto del volo, e mi chiedeva di prestargli qualche soldo per mangiare il giorno dopo in aeroporto. In cambio mi avrebbe dato in pegno una tv portatile o una radio, non ricordo di preciso, come garanzia che mi avrebbe restituito il prestito. Non avevo soldi con me; rifiutai l’oggetto che voleva darmi e andai a un bancomat. Ritirai venti euro e glieli diedi, senza fare molto caso ai ringraziamenti e alle promesse di restituzione.
Lo vidi l’ultima volta sulla panchina qualche giorno dopo, voleva parlarmi ma tirai dritto con una scusa. Da allora non so che fine abbia fatto, mentre la vecchietta a cui teneva compagnia è ancora là. Sola.