Dancing Monkeys

Se balla da sola tu falla ballare


16 ott

La panchina


L’uomo sedeva sempre su una panchina, proprio sotto casa mia. Aveva sempre vestiti puliti, capelli e barba corti e in generale il suo aspetto era sempre ordinato; o almeno quasi sempre. Lo vedevo ogni volta seduto vicino a una vecchietta dall’aria persa e preoccupata. Chiacchieravano, non ho mai sentito di cosa, e lei sembrava comunque in qualche modo contenta di avere una persona che le tenesse compagnia.

Ogni tanto lui mi chiedeva l’ora quando passavo di lì, e in quel periodo ricordo che passavo spesso. Entravo e uscivo, andavo a suonare, a correre, a fare la spesa, a bere una birra con gli amici. Passavo sotto casa, e quindi davanti a quella panchina, in continuazione. Davanti alla panchina c’era una banca che aveva un ingresso grande, dove si fermavano a dormire dei senza tetto, sia d’estate che d’inverno. Ogni volta che li vedevo mi ricordavo che ero fortunato, e che le mie continue lamentele erano vane e superficiali; e anche se non smettevo comunque di lamentarmi, vedere quelle persone dormire sui cartoni o direttamente sul pavimento della banca mi aiutava a darci un taglio. Una sera passando davanti alla banca, di fronte alla solita panchina, vidi che lui dormiva lì dentro. Non riuscivo a collegare quell’uomo dall’aspetto tutto sommato ordinato alla figura stesa per terra nell’atrio della banca. Passai oltre.

Qualche giorno dopo l’uomo tornò a chiedermi l’ora. In spagnolo. Aveva un accento strano, ma quelle tre parole che mi aveva detto non erano abbastanza per riconoscerlo. Le cose continuarono cosí per qualche settimana. Ci salutavamo con un gesto ogni volta che passavo davanti alla solita panchina. Un giorno mentre tornavo dal supermercato lo trovai in piedi. Mi salutò, mi disse che era italiano, e che sapeva che lo ero anche io perchè glielo aveva detto il portiere del mio condominio. Parlava con quella strana cadenza che assumono gli italiani che passano tanto tempo in spagna, e che io non ho mai amato. Era di Napoli, si chiamava Giovanni credo. Era la prima volta che mi avvicinavo a lui, e fu la prima volta che vidi i suoi tatuaggi, da galeotto o forse da marinaio. Scoloriti sulla pelle scurita dal sole, stilizzati e disegnati con tratto insicuro.

Inizió a fermarmi ogni volta che passavo davanti alla panchina, e mi raccontava qualche storia strana su come aveva perso il lavoro, sui suoi guai, o suoi progetti per riprendersi. Dopo un po’ iniziai a cercare di evitarlo. Mi riusciva difficile parlare con lui, e non volevo dargli troppa confidenza. Un giorno mi salutò e iniziò a raccontarmi una delle sue storie. Doveva tornare in Italia, qualcuno gli avrebbe pagato il biglietto del volo, e mi chiedeva di prestargli qualche soldo per mangiare il giorno dopo in aeroporto. In cambio mi avrebbe dato in pegno una tv portatile o una radio, non ricordo di preciso, come garanzia che mi avrebbe restituito il prestito. Non avevo soldi con me; rifiutai l’oggetto che voleva darmi e andai a un bancomat. Ritirai venti euro e glieli diedi, senza fare molto caso ai ringraziamenti e alle promesse di restituzione.

Lo vidi l’ultima volta sulla panchina qualche giorno dopo, voleva parlarmi ma tirai dritto con una scusa. Da allora non so che fine abbia fatto, mentre la vecchietta a cui teneva compagnia è ancora là. Sola.


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