L’arte del BLAST
La sabbia spostata dal vento era l’unico elemento dinamico in uno scenario surreale quanto immobile. Un pò come quei quadretti inutili appesi nei ristoranti cinesi dove la solita cascata zen cerca di attirare a tutti i costi l’attenzione su di se producendo quel fastidioso suono simile a un gargarismo. Il tempo sembrava essersi fermato. Sotto i portici di polverose costruzioni di legno decine di persone stavano trattenendo il fiato in attesa che, finalmente, quei due in strada la facessero finita permettendo loro di tornare alle loro faccende. Erano passati pochi minuti da quando si erano dati appuntamento fuori dal saloon. Quando lei entrò nel locale assestando un calcio alla porta a spinta tutti i presenti avevano capito che per qualcuno di loro non ci sarebbe stata speranza. E quel qualcuno ero io. Invitando la signorina prosperosa dietro al bancone ad affrettarsi con le pulizie del bicchiere finsi di non dare importanza al rumore degli stivali alle mie spalle che si faceva sempre più vicino. Un silenzio improvviso regnava sul saloon. Lasciai la birra appena spillata sul bancone di legno coprendo un incisione. Se avessi avuto il tempo di berla forse avrei potuto vedere quel disegno deformato dal fondo del boccale. Utilizzai il bordo del bancone per dare una spinta allo sgabello sul quale ero seduto in modo da guardare in faccia la causa dell’ormai palpabile tensione che era calata, come una cortina di nebbia, sulle spalle di tutti. Calibrai male le forze. Mi ritrovai davanti a lei, poi di nuovo la birra, nuovamente faccia a faccia col nemico, ancora la birra. Come una roulette russa pronta a decidere se nel mio futuro ci fosse una pinta di birra a temperatura ambiente oppure lo scontro finale con la mia acerrima, nonché non sostenitrice, nemica. lo sgabello finì di girare e mi ritrovai a guardare il mio vicino. Non era un mio amico. Solo un conoscente. Abbozzai un sorriso nervoso per minare la tensione del momento ma i suoi occhi erano fissi su di lei, su quell’essere bellissimo e maledettamente letale. Era terrorizzato. La mano con la quale reggeva il suo terzo whisky tremava vistosamente come se fosse stato morsa da una vedova nera. Quindi due braccia mi afferrarono e fecero girare lo sgabello quei 45° che mancavano per trasformare l’inconsapevolezza in paura. Il suo volto era contratto dall’odio. Gli occhi, ridotti a due fessure, erano tali a quelli di un cavallo di razza dopo sedici monte consecutive. Quel suo sguardo aveva un unico significato: mi voleva… morto. Si voltò senza dire una parola. Sulla porta, in procinto di uscire, si girò ruotando leggermente il busto verso l’interno del locale. Pensai che il cappotto di pelle che indossava le donava. Era un patchwork di scalpi delle vittime del suo periodo Nativo. La luce color arancio di un tramonto che, ormai era chiaro, mai avrei visto completarsi, rendeva ancora più suggestiva la sua sagoma. Nell’agitazione del momento afferrai una matita dal taschino della camicia e iniziai a morderla. Mi diressi verso il guardaroba. Il ragazzo col nome da donna mi stava aspettando e mi restituì giacca e cappello con aria triste e rassegnata. Abbassando lo sguardo mi fece capire che non avrei dovuto pagare per la resa dei miei indumenti. Lo fissai per un momento. Decisi che, se fossi sopravvissuto, lo avrei scelto come amante impegnandomi nel rendere felice il nostro futuro assieme. Pensai a noi due intenti a degustare manicaretti fritti ripieni di riso, ragù e mozzarella e a tirar freccette in una delle stanze di un motel fuori città. Con le mani sporche del gesso del segnapunti ci saremmo dipinti il volto e avremmo giocato agli indiani tutte le notti fino a quando l’artrite ce lo avrebbe permesso. Fino alla vecchiaia. Strappai dalle mani di una graziosa fanciulla straniera con l’orecchio elfico uno specchietto in formato 16:9. Sfruttai la mia immagine riflessa per raddrizzare il colletto della camicia, perfezionare la posizione delle bretelle e per calarmi sugli occhi un cappello che avrebbe peggiorato la mia già pessima visione periferica. Uscito dal saloon sentii l’intera clientela del, mai compianto abbastanza, proprietario amante dei conigli riversarsi fuori per smettere di essere delle marionette impaurite e diventare spettatori muti dell’evento della giornata. Erano felici ma rispettosi della drammaticità dell’evento. In fin dei conti non erano stati scelti e lei sarebbe partita per le Mauritius quella stessa sera per ritornare chissà quando. Negli ultimi sei mesi ne aveva fatti fuori uno al giorno, lasciandomi per ultimo. Dimostrazione di profondo rispetto e testimonianza del legame che, un tempo, ci aveva unito e che ora si era sgretolato come una qualsiasi matita affidata alle mie cure. Il momento era infine giunto. Lei era davanti a me. Immobile. Il suo cappotto era stato affidato ad una bambina dai capelli crespi e dal pizzetto lungo. Forse non era una bambina ma il tempo era tiranno e il costante sostegno dello sguardo di lei non permetteva distrazioni. Inspirò assicurandosi un quantitativo di aria sufficiente per dire ciò che tutti sapevano ma che solo lei aveva il coraggio e la spudoratezza di decantare davanti a tutti. Corsi verso la bambina barbuta. Mi ero convinto che utilizzarla come scudo mi avrebbe assicurato tempo a sufficienza per sellare la cavalla Patate e per lanciarmi in direzione del deserto lasciandomi alle spalle un passato scomodo. Mi sbagliavo. La graziosa bimba calciò la mia caviglia sinistra con estrema precisione, frutto di anni di studio e di allenamenti nella scuola de “sta ceppa de Nanto”. Era finita. Allargai le braccia e le gambe per essere investito completamente all’onda d’urto generata dalla deflagrazione di una verità troppo umiliante per essere rivelata. Esposi il mio corpo in quel modo per soffrire di meno. Per non sopravvivere.
Ella sentenziò:
MERDAAAAA, SEI UNA MERDAAAAA, UN ESAME E MEZZOOOOO, MERDAAAAAA!
In ginocchio e con le lacrime agli occhi vidi il mio carnefice prendere in braccio la bambina “de Nanto” e varcare la soglia della loro casa per la prima volta. Gli applausi scroscianti e convinti di tutti i presenti, il taglio del nastro sulla porta e i barattoli di fagioli vuoti legati alla coda del gatto Furetto lasciavano pochi dubbi: alla fine sul bastoncino era comparsa una linea. Malgrado la vista appannata e il sentir venir meno le forze osservai con stupore il volto del guardarobiere sprofondare nel seno della cameriera sotto gli occhi sgranati del proprietario del saloon. Le lacrime precipitarono dal mio volto terminando la loro caduta nella polvere e lasciando, a testimonianza della loro esistenza, delle piccole macchie nere che presto si sarebbero asciugate. Avevo perso tutto. Barcollando a destra pensai a Berlusconi e con le ultime forze rimaste costrinsi il mio corpo a stramazzare pesantemente, ma decisamente, a sinistra. Ora ero anche io una piccola macchia nera nella polvere. Sarei evaporato anche io, come le mie lacrime.
Oggi nessuno di loro fa parte della mia vita. In compenso mi sono laureato (con CEPU) e vanto una carriera universitaria decennale (fuori corso) oltre ad un contratto a progetto e alla stampa del mio attestato di studio in vera pergamena. Aiutato da Harry Potter ho incantato i due fogli tanto ambiti e ora, ogni volta che mi ci pulisco il culo, tornano come nuovi dopo soli 3 (TRE) minuti. Meglio dei regina. Non finiscono MAI!

Pazzo maniaco.
Qualcosa ho capito, qualcosa no, ma lo trovo ben scritto.
Mancavano il tintinnio degli speroni e tumbleweed che rotolavano stanchi.
Ho come l’idea che il concetto potesse essere esposto in 10-15 parole